La serie Monofilo rappresenta uno dei contributi più originali di Luciano Grassi alla cultura del design italiano del secondo dopoguerra. Più che una semplice collezione di arredi, si tratta di una ricerca strutturale applicata alla scala dell’oggetto, nella quale convergono sperimentazione sui materiali, attenzione ergonomica e riflessione sul rapporto tra forma e funzione. Progettate tra il 1953 e il 1966 insieme a Sergio Conti e Marisa Forlani, le Monofilo nascono dall’idea di costruire sedute leggere, trasparenti e strutturalmente efficienti, capaci di offrire comfort senza ricorrere alle soluzioni tradizionali in legno imbottito o lamiera stampata. Il principio generativo è essenziale: una struttura metallica minimale, disegnata come telaio portante, sulla quale viene teso manualmente un intreccio continuo di filo di nylon. Ne deriva una superficie elastica che si adatta al corpo, distribuendo il carico in modo uniforme e garantendo al tempo stesso resistenza e flessibilità. Alla base del progetto vi è un metodo sperimentale ispirato allo studio delle superfici minime. I progettisti osservano il comportamento delle bolle di sapone formate all’interno di modelli tridimensionali in filo metallico, utilizzando tali geometrie naturali come riferimento per definire volumi organici e strutturalmente ottimizzati. Questa impostazione, affine alle ricerche sulle architetture tensili che in quegli anni si stavano sviluppando a livello internazionale, viene reinterpretata in scala domestica, trasformando la seduta in una micro-struttura tesa, leggera e dinamica. Il nylon, materiale allora ancora poco esplorato nell’arredo, assume un ruolo centrale non come semplice rivestimento, ma come vero elemento costruttivo. La trama visibile diventa parte integrante dell’estetica dell’oggetto, generando una percezione di leggerezza visiva che contrasta con la solidità reale della struttura. Le scelte cromatiche, prevalentemente orientate su toni neutri o primari, rafforzano il carattere grafico e contemporaneo delle sedute. Dal punto di vista formale, la collezione comprende modelli dalle geometrie essenziali e rigorose, come Triangolo o Cesto, e altri caratterizzati da linee più fluide e avvolgenti, come Antiquariato e Napoleone. In tutti i casi emerge una costante attenzione all’ergonomia, ottenuta non attraverso spessori o imbottiture, ma mediante la modulazione delle tensioni del materiale intrecciato. La natura artigianale del processo produttivo – basato sulla collaborazione con fabbri locali e sulla realizzazione manuale delle trame – ha limitato la diffusione industriale della serie, ma ne ha al tempo stesso rafforzato il carattere sperimentale e la qualità esecutiva. Le Monofilo si collocano così in una zona di confine tra design e ricerca applicata, anticipando temi che verranno ripresi negli anni successivi da altri progettisti interessati all’uso strutturale dei materiali flessibili. Nonostante il loro valore innovativo, il pieno riconoscimento critico delle Monofilo non fu immediato. Emblematico, in questo senso, è un episodio avvenuto nel 1983, quando una poltrona sostanzialmente identica al modello Antiquariato venne presentata da altri progettisti a un concorso nazionale, appropriandosi di fatto dell’impianto formale e costruttivo originale. Il caso fu pubblicamente smascherato dal professor Giuseppe Chigiotti sulle pagine della rivista “Ottagono”, riportando all’attenzione della comunità progettuale la paternità dell’opera e sottolineando, indirettamente, quanto la ricerca di Grassi fosse stata anticipatrice rispetto al dibattito contemporaneo. Il riconoscimento istituzionale e museale è arrivato con maggiore forza negli anni successivi: dalla selezione al Compasso d’Oro alla presenza stabile nelle collezioni della Triennale di Milano e di altri musei internazionali. Oggi le Monofilo sono considerate una delle interpretazioni più coerenti del dialogo tra artigianato evoluto, sperimentazione tecnologica e progetto moderno, testimonianza di una stagione in cui il design italiano seppe coniugare rigore strutturale, invenzione formale e visione culturale.

