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METAFORA

METAFORA

1979-2012

Area tematica
Progetto

Elena Valle (Lella) e Massimo Vignelli

Produzione per

Casigliani, Martinelli Luce

Nel secondo dopoguerra il marmo, in Toscana, avvia una progressiva trasformazione di statuto: da materiale legato prevalentemente alla monumentalità e alla decorazione, a materia capace di entrare con piena dignità nel progetto industriale e nell’arredo contemporaneo. Tra Versilia e area apuana – e in particolare attorno a Pietrasanta e Carrara – si consolida già dagli anni Sessanta un terreno fertile fatto di competenze artigianali, sperimentazione tecnica e figure imprenditoriali illuminate, in grado di mettere in relazione il sapere del laboratorio con una visione produttiva più ampia. È all’interno di questa traiettoria che va collocata la nascita di Metafora, episodio emblematico del design lapideo italiano. Presentato nel 1979, il tavolo ideato da Lella e Massimo Vignelli per Casigliani si impone immediatamente per la radicalità del gesto progettuale. Quattro solidi primari – sfera, cubo, cilindro e piramide – realizzati in marmo, sostengono un ampio piano trasparente. Le forme sono elementari, archetipiche, immediatamente riconoscibili; proprio per questo il loro impiego nel campo dell’arredo produce uno scarto percettivo netto. Quelle geometrie, appartenenti alla storia dell’arte e del pensiero, vengono qui traslate nel dominio dell’uso quotidiano, assumendo una funzione strutturale e non simbolica in senso stretto. Il piano in vetro non ha il ruolo di “chiudere” la composizione, ma di renderla visibile e leggibile. Guardato dall’alto, Metafora si presenta come un’immagine: i volumi marmorei appaiono quasi incorniciati, esposti allo sguardo come presenze autonome. Il tavolo diventa così un dispositivo che invita all’interpretazione, suggerendo una lettura che va oltre la semplice funzione di supporto. Non a caso il nome stesso allude a un passaggio di senso, a un oggetto che rimanda a qualcos’altro rispetto alla propria evidenza materiale. A questa dimensione concettuale si affianca un aspetto decisivo: Metafora non è una composizione rigidamente fissata. I quattro supporti possono essere spostati, ricombinati, distanziati, entro poche e chiare regole di equilibrio statico. Il progetto introduce così un principio di libertà controllata che affida al fruitore un ruolo attivo. Il tavolo non è semplicemente “dato”, ma richiede un gesto, una scelta, un’attualizzazione. In questo senso si configura come un sistema aperto, capace di generare molteplici configurazioni a partire da un numero minimo di elementi. L’astrazione geometrica dell’impianto viene inoltre temperata dalla fisicità del materiale. Ogni solido, pur identico nella forma, è unico per venature, cromie e micro-irregolarità della superficie. È proprio questa qualità epidermica del marmo a sottrarre l’oggetto a ogni possibile freddezza: la materia introduce una dimensione sensibile, tattile e visiva, che rende il rigore del disegno più prossimo e meno distante. L’ordine euclideo si lascia così attraversare dalla complessità naturale della pietra. Un ulteriore elemento di forza del progetto risiede nella sua intelligenza costruttiva e logistica. L’assenza di giunzioni fisse e la suddivisione in elementi indipendenti rendono il tavolo relativamente agevole da trasportare, consegnare e installare, nonostante la gravità intrinseca dei materiali. Anche sotto questo profilo Metafora rappresenta un passaggio importante: il marmo entra nel sistema industriale non solo come valore simbolico, ma come materia compatibile con una produzione e una distribuzione contemporanee. Il successo iniziale del tavolo è sostenuto da una strategia comunicativa altrettanto consapevole. Naming, fotografia, riferimenti culturali e qualità dell’immagine contribuiscono a costruire attorno a Metafora un’aura di oggetto necessario, più che di semplice novità. Questa chiarezza iconica, tuttavia, renderà il progetto anche particolarmente esposto a fenomeni imitativi che, nel tempo, ne complicheranno la presenza sul mercato. Resta però il fatto che la solidità concettuale dell’idea – poche forme, regole chiare, materia forte, apertura all’uso – ha permesso all’oggetto di attraversare le stagioni senza perdere riconoscibilità. Nel percorso del MuDeTo, Metafora assume dunque un valore che va oltre il singolo episodio. Il tavolo dei Vignelli per Casigliani rappresenta una sintesi riuscita tra territorio, cultura del progetto e ambizione internazionale, restituendo in forma esemplare il momento in cui il design lapideo toscano riesce a trasformare un sapere locale in un linguaggio universale.