All’epoca in cui Giuseppe e Bruno Bambi aprono la loro officina a Firenze, la macchina per espresso è ancora un oggetto fortemente artigianale, costruito quasi interamente a mano e dominato da una tipologia verticale ereditata dai primi modelli ottocenteschi. Le grandi caldaie cilindriche, sviluppate in altezza, derivano direttamente dalla tradizione dei bollitori industriali e dei samovar, e riflettono più una continuità simbolica con il rito domestico del caffè che una vera progettazione funzionale per l’uso professionale dietro il banco. Giuseppe Bambi, perito industriale con esperienza alle Officine Galileo e figlio di un battilastra, entra nel settore con uno sguardo diverso: non si limita a costruire macchine, ma le installa, le ripara, le osserva quotidianamente nei bar fiorentini. Questo contatto diretto con i gestori e con il lavoro reale dei “caffettieri” gli consente di individuare con chiarezza i limiti del modello dominante: accessi scomodi ai gruppi, difficoltà di manovra, dispersioni termiche, ingombri eccessivi e scarsa possibilità di aumentare la produttività senza moltiplicare le dimensioni. Negli anni Trenta il consumo di espresso cresce rapidamente e la macchina tradizionale mostra tutti i suoi vincoli strutturali. I tentativi di adattamento – come lo spostamento delle caldaie sotto il banco con condutture esterne – peggiorano spesso le prestazioni, introducendo problemi di raffreddamento dell’acqua, dispersione di calore verso l’operatore e difficoltà di manutenzione. È in questo contesto che nasce l’intuizione decisiva: ruotare la caldaia di 90 gradi. Nel 1939 Giuseppe e Bruno Bambi depositano a Firenze il brevetto della macchina Marus, la prima macchina professionale per espresso con caldaia orizzontale e gruppi allineati frontalmente. La soluzione è semplice solo in apparenza. Portando la caldaia in posizione orizzontale, la macchina assume una nuova architettura: compatta, sviluppata in larghezza, perfettamente integrabile sul banco, con accesso diretto e simultaneo a più gruppi di erogazione. Questo assetto consente una produzione più rapida e costante, una migliore stabilità termica, una riduzione delle perdite energetiche e una maggiore ergonomia per l’operatore. La Marus introduce inoltre una relazione completamente nuova tra macchina e spazio del bar: la macchina non è più una “colonna monumentale” isolata, ma uno strumento operativo lineare, progettato per dialogare con il piano di lavoro e con il ritmo del servizio. Dal punto di vista del design industriale, la Marus rappresenta un vero salto tipologico: non una semplice evoluzione formale, ma un cambio strutturale che diventerà lo standard internazionale delle macchine professionali per espresso. Ancora oggi, a distanza di oltre ottant’anni, l’architettura di base delle macchine da bar riprende direttamente questo schema. È significativo che questa innovazione non nasca in un grande centro di ricerca, ma in una piccola officina artigiana fiorentina. La dimensione contenuta dell’azienda favorisce una sovrapposizione virtuosa tra progettazione, produzione, installazione e assistenza tecnica. La Marus è il risultato di un processo di osservazione continua, di sperimentazione pratica e di ascolto diretto degli utilizzatori: un esempio emblematico di innovazione “dal banco”, costruita sul dialogo tra tecnologia e pratica quotidiana. Con la Marus, La Marzocco si afferma come uno dei protagonisti della modernizzazione dell’espresso italiano. Da quel momento in poi l’azienda svilupperà una linea coerente di macchine professionali ad alta qualità costruttiva, mantenendo una forte impronta manifatturiera basata sull’uso del rame, dell’ottone e sull’assemblaggio manuale. Oggi la Marus è riconosciuta come una pietra miliare nella storia del design per il food equipment: un progetto che ha contribuito a definire non solo una macchina, ma un intero modo di produrre, servire e percepire il caffè espresso. Un oggetto in cui tecnica, cultura materiale e ritualità sociale si incontrano, trasformando un gesto quotidiano in un’esperienza moderna.

