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MANTA

MANTA

1968

Area tematica
Progetto

Giorgetto Giugiaro, Giotto Bizzarrini

Produzione per

Bizzarrini

Nel corso della storia dell’automobile alcune configurazioni formali hanno assunto un valore che va ben oltre la semplice funzione tecnica. Tra queste, la carrozzeria a volume unico rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi di ripensare l’auto come organismo unitario, nel quale involucro, abitacolo e meccanica non siano parti giustapposte, ma componenti integrate di un unico sistema. Più che una tipologia di veicolo, il monovolume può essere letto come una vera e propria strategia progettuale: un profilo continuo che riduce le fratture volumetriche tradizionali e che consente di ridefinire il rapporto tra aerodinamica, spazio interno ed esperienza d’uso. Questa impostazione compare in forma embrionale già all’inizio del Novecento, quando le prime ricerche sull’efficienza aerodinamica portano a sperimentare carrozzerie compatte e sagome affusolate, ispirate al mondo navale e aeronautico. Nel tempo il tema viene declinato in contesti molto diversi: dalle microvetture urbane, concepite per massimizzare l’abitabilità in dimensioni ridotte, fino ai prototipi sperimentali e alle showcar più radicali. In tutti i casi ritorna un principio comune: l’idea che l’automobile possa essere progettata “dall’interno verso l’esterno”, modellando la forma a partire dallo spazio vissuto e non soltanto dall’immagine esterna. Nonostante il forte potenziale innovativo, per lungo tempo il monovolume resta confinato in una dimensione di ricerca. Le difficoltà industriali, i costi produttivi e la resistenza culturale verso forme non convenzionali ne rallentano la diffusione su larga scala. Solo nel secondo dopoguerra alcune applicazioni trovano spazio nel mercato, soprattutto nel settore delle vetture compatte e familiari, mentre la piena legittimazione commerciale arriverà più tardi, quando il pubblico inizierà a riconoscere nella continuità volumetrica non solo un segno futuristico, ma un concreto vantaggio funzionale. In questo percorso si inserisce con particolare forza l’Italdesign Bizzarrini Manta del 1968, che rappresenta uno dei momenti più alti della reinterpretazione sportiva della morfologia monovolume. Il progetto nasce dall’incontro tra la visione progettuale di Giorgetto Giugiaro, nel momento di avvio dell’esperienza Italdesign, e l’esperienza tecnica di Giotto Bizzarrini, maturata nel mondo delle competizioni. Ne risulta un oggetto che unisce radicalità formale e rigore ingegneristico, dimostrando come anche una vettura ad alte prestazioni possa essere concepita come corpo unico continuo, senza rinunciare a efficienza e prestazioni. La Manta adotta una configurazione inedita per l’epoca: abitacolo a tre posti affiancati con il guidatore in posizione centrale, motore posteriore centrale derivato da un autotelaio da competizione e parabrezza fortemente inclinato. La forma non è un esercizio estetico, ma la traduzione diretta di esigenze aerodinamiche, distributive ed ergonomiche. Le soluzioni adottate per la visibilità in manovra, la ventilazione dell’abitacolo e l’integrazione delle componenti strutturali anticipano temi che diventeranno centrali nel progetto automobilistico degli anni successivi, in particolare sul fronte della sicurezza passiva e dell’ergonomia di guida. Ciò che rende la Manta particolarmente significativa non è soltanto la sua immagine iconica, ma la coerenza del metodo progettuale. L’auto dimostra che il design industriale, inteso come sintesi tra forma, funzione, tecnica e uso, può produrre risultati capaci di superare la distinzione tra prototipo e veicolo reale. In un momento storico caratterizzato da forte fermento tecnologico e culturale, la Manta riesce a condensare in un unico oggetto l’idea di avanguardia, sperimentazione e concretezza costruttiva, diventando al tempo stesso manifesto e laboratorio. A distanza di oltre mezzo secolo, l’Italdesign Bizzarrini Manta rimane un riferimento fondamentale per comprendere il valore culturale della morfologia monovolume. Non solo come soluzione formale, ma come visione dell’automobile intesa come spazio abitabile ad alte prestazioni, capace di fondere in un solo volume aerodinamica, ergonomia e innovazione. Un’opera che testimonia come, anche in ambito automobilistico, la vera modernità non risieda nella spettacolarità del gesto, ma nella capacità di trasformare un’idea radicale in un progetto coerente, funzionale e durevole nel tempo.