Un eccezionale look distintivo e versatile, unito a un notevole comfort e a una gestione razionale delle profondità di seduta, consente al sistema di sedute Loft di rispondere in maniera eccellente a una pluralità di esigenze (seduta, relax, riposo, attività di svago e/o lavorative che prevedano l’utilizzo di piani d’appoggio, ecc.) che il mercato affronta spesso ricorrendo a più prodotti oppure adottando soluzioni formali assai meno persuasive e accoglienti. Il raro connubio fra suadente bellezza di linee, innovativa concezione fruitiva e destrezza funzionale lascia ben poche perplessità sull’opportunità della sua acquisizione da parte di un museo dedicato alla promozione e alla memoria del progetto toscano. Erede di un’eccellente stagione produttiva, a un tempo permeata di slanci sperimentali e di ricerca come di compiaciute conferme del gusto – le collezioni Tre D caratterizzano sensibilmente il furniture regionale per l’intero decennio Settanta –, Arketipo svolge pressoché ininterrottamente da oltre trent’anni un ruolo decisivo nella definizione di una temperata ligne claire arredativa, improntata a sobrietà, essenzialità formale, cura sartoriale e assidua ricerca di soluzioni comfort. Un ventaglio di proposte – molte delle quali su progetto di designer toscani – che fa dell’azienda fiorentina una bandiera territoriale nel settore dell’imbottito, domestico e contract, dagli anni Ottanta al nuovo millennio. È una strategia ben esemplificata proprio da Loft, la cui acquisizione al MuDeTo offre inoltre l’opportunità di rivolgere la dovuta attenzione a una figura cardine del furniture design regionale (e non solo): Adriano Piazzesi. Talento intellettuale e morale, cultore del progetto nel senso più nobile della parola, Piazzesi interpreta il proprio ruolo come missione appassionata: paziente sperimentatore di soluzioni insieme geniali e fresche, punto di riferimento per almeno un ventennio nel campo dell’imbottito. Ma, prima ancora che designer, è poliedricamente artista – pittore, scultore, fotografo e poeta – e proprio questa densità espressiva rende il suo lavoro difficilmente riducibile a una lettura meramente tipologica o “di mercato”. Schivo e spesso alieno alle logiche commerciali, Piazzesi raccoglie in vita meno di quanto meriterebbe la sua impressionante creatività. Eppure la sua “arte della fuga” non coincide con un capriccio egoico: è piuttosto una forma di rigore etico e progettuale. Anche quando tende a distinguersi poeticamente, rifiuta l’idea ingenua di un linguaggio interiore privo di relazione con l’altro: ogni progettualità artistica, persino la più estrema, mira a divenire parte integrante della comunità. In questa prospettiva si comprende come la sua opera – si pensi alla Grande Ruota posta nel 1986 a Bologna, in Piazza Medaglie d’Oro, a ricordo della strage del 2 agosto 1980 – sia attraversata da una civica fede che tende ad accomunare, più che a celebrare. Una difficoltà nel tratteggiare un quadro complessivo dell’attività di Piazzesi è il divario tra la felicità ideativa degli schizzi e la consistenza produttiva effettivamente raggiunta: condizione comune a molti designer, ma in lui particolarmente evidente. Seguendo tuttavia l’arco del suo lavoro sul furniture, emerge un approccio di innovazione temperata, capace di imboccare strade poco battute senza mai scambiare la sperimentazione per mera eccentricità. Anche nel rapporto con l’impresa, Piazzesi tende spesso a un ruolo trainante, quasi educativo e libertario, volto ad aprire scenari produttivi che non coincidono con l’attualità del mercato. Non di rado ciò comporta attriti, rinunce e omologazioni imposte dall’ingegnerizzazione: ferite talvolta elaborate con ironia, fino alla decisione – in alcuni casi – di non firmare progetti ritenuti snaturati (si pensi al fantomatico Arnostudio). La cifra del suo lavoro non è l’innesco grafico, ma il compimento: l’esito stabilizzato di un travaglio che traduce l’intuizione in “realtà concreta”. Piazzesi non cerca “oggetti-prospettiva” o “oggetti-manifesto”; ambisce piuttosto a “oggetti-mondo”, capaci di trasmettere rispetto verso una pratica plastico-creativa che non si esaurisce né nel disegno né nel semplice “a misura d’uomo”. È qui che si annida una tensione più profonda: quella tra bisogni umani e una dismisura che il progetto non può esaurire né con l’utopia né con la sola ratio. Se in architettura tale dismisura appare immediata, anche nel design si può intravedere – soprattutto per gli oggetti che accolgono il corpo – una vocazione a farsi “luogo” mediato: un oggetto-ambiente che dialoga con lo spazio domestico preesistente, con le sue gerarchie e i suoi dislivelli valoriali. Non è casuale che, fra tentazioni animiste e matrici topologiche, Piazzesi privilegi spesso queste ultime, anche in forza della sua esperienza architettonica e installativa. L’obiettivo sotteso sembra essere una “ri-fondazione” dell’oggetto come riparo e abbraccio: recuperare nell’imbottito una dignità originaria che rimanda a sentirsi “a casa”, in armonia con il corpo e con i materiali. Da qui una poetica del levare: semplificare non come impoverimento, ma come procedimento sofisticato, capace di ottenere il massimo risultato espressivo con il minimo sforzo formale. Nelle sue sedute – dalle sperimentazioni più ardite alle variazioni più “soft” – colpisce la cura tattile, figlia di curiosità materica e di un sapere che attinge alle pratiche limitrofe (ebanisteria, sartoria, cuoieria). Anche il tema della trasformabilità, quando presente, è spesso accompagnato da un piacere quasi infantile della metamorfosi: un gesto chiaro, una geometria elementare, uno stupore controllato. In questa traiettoria, Loft appare come una sintesi alta e conclusiva. Il progetto spinge al limite la riduzione degli elementi, a fronte di una decisa sproporzione: la profondità di seduta. Piazzesi stesso ricorda lo scarto fra ambizione e rischio: «Pensavo sarebbe stato un fallimento…». Corposa presenza quasi inamovibile, Loft sfida la semantica corrente (che vorrebbe i mobili alternativi agli arredi fissi) e, con i suoi piani sovrapposti, ambisce a suggestioni micro-architettoniche: una sorta di “casa nella casa”, dimora inscritta che si propone più intima e disponibile dell’ambiente che la ospita. Non pare indebito intravedere affinità, per sezione e articolazione, con certi paesaggi architettonici cari a Piazzesi – e, più a monte, con echi wrightiani. È però l’innesto temporale a rendere Loft decisivo: un sistema articolato di giunti consente, con un gesto, un mutamento drastico delle proporzioni. La seduta si porziona, lo schienale può disporsi fino a comprimere il piano, e il divano torna a essere “copione da recitare”, teatro di gesti. L’ordinata linearità dei volumi non coincide con una reductio punitiva: materia e movimento – guardati come occasioni per essere altrimenti – sono il lascito più sapido di Piazzesi. E proprio questa rigorosa bellezza, imbevuta di libertà d’azione, fa di Loft una delle sedute più anticonvenzionali ed eclettiche prodotte negli ultimi trent’anni. Loft, infatti, funziona come elemento d’arredo “classico” e insieme come seduta informale che invita a posture inconsuete: la generosa profondità suggerisce una confidenza scalza, la cornice bracciolo-schienale consente una postura composta e, tra l’una e l’altra, un ventaglio sorprendentemente ampio di varianti. Se prevale un’idea di relax dinamico, la massima profondità ripaga anche un uso prolungato e informale, offrendo la sensazione – apparentemente contraddittoria con la sua centralità – di essere accolti in un’area “a parte”, più protetta rispetto al living. In controluce, Loft lascia emergere un tema sottile: il richiamo, quasi onirico, a posture e immagini dell’infanzia. Non come nostalgia sentimentale, ma come riattivazione di una memoria comune: un rimando sotterraneo che affiora talvolta “a scatto”, quando la silhouette del divano viene colta da una prospettiva inattesa. È qui che Loft sembra porre un monito antinomico: volgere le spalle al passato non significa rinunciarvi, ma sentirne sul dorso la spinta vitale. Interagire con questo oggetto equivale allora a riconoscere che dietro riposo e divertimento, dietro ogni “tempo funzionale”, resta vivo il tempo ludico della primavera umana: quello sguardo curioso che, ancora oggi, fonda e nutre il senso del nostro essere e agire nel mondo.

