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LINKY

LINKY

2018

Area tematica
Progetto

Paolo Pipponzi, Giovanni Pierantoni

Produzione per

Linky Innovation

Nel panorama della micromobilità elettrica – dove lo spostamento quotidiano è sempre più spesso una combinazione di treno/bus/tram + “ultimo miglio” – il valore di un nuovo mezzo non dipende mai solo dalle prestazioni, ma dalla sua capacità di entrare in un sistema: tempi, intermodalità, portabilità, regole, sicurezza, e perfino luoghi dove appoggiarlo o riporlo. È dentro questa logica, più che dentro la moda degli oggetti “green”, che si colloca Linky: un longboard elettrico ad alta tecnologia che ha provato a risolvere un paradosso tipico del pendolarismo contemporaneo. Il longboard, per definizione, è comodo perché lungo; ma proprio la lunghezza diventa un problema nel momento in cui lo devi portare su un treno, infilarlo in uno zaino, farlo salire e scendere da scale, tornelli, ascensori, cabine e corridoi. L’intuizione forte – quella che sposta davvero l’asticella tipologica – è stata trattare come “variabile” ciò che nello skateboard è sempre stato dato per scontato: la complanarità continua della tavola. Da qui nasce il cuore del progetto: un sistema di piega brevettato che consente di compattare la struttura in modo rapido e controllato, senza rinunciare (quando è “aperto”) alla stabilità e al comfort di guida propri di un longboard. Il risultato è un oggetto con due nature dichiarate: veicolo disteso quando serve scorrere; ingombro ridotto quando serve trasportare. La genesi, com’è frequente nelle start-up più credibili, è meno “romantica” di quanto si racconti nei pitch: parte da un disagio reale. Paolo Pipponzi, ingegnere meccanico, matura l’idea mentre lavora lontano dal centro urbano e sperimenta sulla propria pelle frizioni quotidiane, tempi morti, limiti di libertà (e, a quanto racconta lui stesso, anche una sequela di multe). Il passaggio in un contesto urbano più attrezzato e orientato al trasporto sostenibile diventa una sorta di lente: non solo “si può fare”, ma si capisce perché un mezzo del genere possa funzionare bene, purché pensato con disciplina progettuale. Il primo prototipo nasce infatti come verifica concreta di ergonomia e portabilità: non come esercizio di stile. È in questa fase che Linky prende forma come prodotto integrato: non un deck con un motore “aggiunto”, ma una micro-architettura dove cinematismi, componentistica elettrica, materiali e uso reale si tengono per mano. Il meccanismo di piega (con sblocco/chiusura e fermo di sicurezza) non è un dettaglio, ma un vero dispositivo di trasformazione d’uso: permette al rider di far migrare l’oggetto dalla condizione dinamica (guida) alla condizione statica (trasporto) senza che la seconda appaia una penalità improponibile. Ed è qui che il progetto, di fatto, “intercetta” la Last Mile Mobility: non perché la nomini, ma perché ne assume fino in fondo la grammatica. Attorno a questo nucleo tipologico si stratificano scelte tecniche coerenti con un immaginario decisamente automotive: tecnopolimeri caricati (fibra di vetro e/o carbonio), processi a iniezione/co-stampaggio, pedane in materiali leggeri e resistenti, batteria estraibile e sostituibile, attenzione maniacale alla robustezza senza trasformare l’oggetto in un macigno. Il punto non è l’elenco delle specifiche, ma la direzione: ridurre il peso, mantenere prestazioni, rendere il mezzo “ragionevole” nella vita vera. Proprio perché, se l’oggetto deve convivere con treni, uffici, scale e spostamenti rapidi, ogni chilo in più diventa un attrito sistemico. In parallelo cresce la dimensione “impresa”: brevetto (depositato a fine 2016), prototipazione, test, e soprattutto la ricerca dei capitali. Anche qui il percorso è istruttivo: il crowdfunding non è un rito automatico, è un banco di prova durissimo. Dopo un primo tentativo non andato a target, arriva la campagna successiva con un esito nettamente migliore, che porta visibilità e risorse e consolida la credibilità internazionale del progetto. In questo frangente, la comunicazione non è un cappotto estetico: diventa parte della macchina che consente al prodotto di entrare al mondo. Ed è proprio qui che la traiettoria del progetto si “tinge” anche di Toscana – non come etichetta, ma come contributo operativo: l’incontro con Giovanni Pierantoni (designer con competenze trasversali, incluse grafica, prodotto e una familiarità concreta con temi outdoor e mobilità) introduce un asse interessante tra oggetto e racconto. Il suo apporto nasce sulla comunicazione, ma tende poi ad allargarsi a elementi progettuali collaterali che, in prodotti di questo tipo, sono tutto fuorché marginali: packaging, telecomando, ergonomie di impugnatura e di controllo, coordinamento uomo/macchina, gestione del trasporto quando la tavola è chiusa. In altre parole: i “punti di contatto” che trasformano una tecnologia in esperienza d’uso. Questo aspetto merita una sottolineatura: i veicoli (anche quelli piccoli) hanno un problema che sedie e lampade non hanno. L’utente non deve solo “capire” l’oggetto: deve impararlo, perché l’oggetto entra in relazione con equilibrio, velocità, rischio e contesto. Qui la comunicazione ben fatta non è marketing: è alfabetizzazione. Non a caso, la narrazione pubblica di Linky insiste molto sul dialogo con la community, sui contenuti “how-to”, sull’accompagnamento graduale (posture, frenata, gestione della batteria, terreni, protezioni). È un modo implicito – ma intelligentissimo – per affrontare la prima grande barriera di ogni innovazione tipologica: l’inerzia delle abitudini.
Con l’evoluzione del progetto (Linky 2.0) l’oggetto si fa più maturo, più potente e più “onnivoro” anche nei contesti d’uso: non solo pendolarismo urbano, ma anche percorsi ricreativi e terreni meno prevedibili. Cambiano e si raffinano diversi aspetti (motori, elettronica di controllo, opzioni di batteria anche per compatibilità con il trasporto aereo, protezioni contro acqua/polvere, miglioramenti del meccanismo di piega, connessione più stabile, telecomando più ergonomico), ma la vera costante resta la stessa: tenere insieme due mondi che di solito litigano – prestazione e portabilità – senza che uno divori l’altro. È una forma di progettazione “sistemica” travestita da oggetto desiderabile.
Resta però una questione che nessun designer può ignorare: la micromobilità elettrica vive dentro un campo normativo che cambia rapidamente e che può spostare, di colpo, la convenienza e perfino la praticabilità d’uso di intere tipologie. Negli ultimi anni l’Italia ha irrigidito progressivamente le regole sui monopattini e, più in generale, sulla micromobilità urbana: obblighi, dispositivi di sicurezza, identificazione del mezzo. Il MIT, ad esempio, ha dato attuazione a quanto previsto dalla legge 177/2024 introducendo anche i contrassegni identificativi (“targa” personale) e richiamando misure come l’obbligo del casco anche per i maggiorenni. Al di là del merito delle singole scelte, il punto progettuale è chiaro: un oggetto come Linky non compete solo con altri prodotti, compete con l’assetto della città e con le regole che la governano. E forse è proprio qui che questa storia diventa interessante per MuDeTo: non perché sia “un oggetto cool”, ma perché mostra come, oggi, innovare davvero significhi spesso reinventare un rapporto fra tecnica e vita quotidiana. Linky tenta una scommessa paradossale e tutt’altro che banale: usare l’alta tecnologia (quella che viene dall’automotive, dall’elettronica e dalla cultura della performance) per recuperare libertà di movimento, tempo, leggerezza, e persino – in controluce – un contatto più amichevole con lo spazio esterno, urbano o naturale che sia. Un pharmakon contemporaneo: potenzialmente “veleno” se mal gestito, ma “cura” se inserito in un sistema sensato di mobilità, infrastrutture e responsabilità individuale.

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