Lesena appartiene a quella categoria di oggetti che consentono di osservare con particolare chiarezza una dinamica ricorrente nella storia del design toscano: innovazioni concrete, spesso decisive, che entrano progressivamente nel linguaggio comune dei prodotti fino a diventare quasi invisibili, perdendo nel tempo il legame con la propria origine. Piantana a parete a luce indiretta ideata da Luigi Trenti e successivamente prodotta da Martini, Lesena non si distingue soltanto per le sue qualità formali e tecniche, ma per aver reso praticabile un’idea destinata a diffondersi ben oltre il settore dell’illuminazione, contribuendo alla definizione di una grammatica spaziale oggi percepita come naturale. Da oltre due decenni lo spazio domestico è infatti popolato da elementi verticali sottili, allungati e paralleli alla parete, caratterizzati da un’aggettanza minima. Questa configurazione compare in oggetti molto diversi tra loro — docce, radiatori, specchi, lavabi, mobili e sistemi a parete — fino a costituire uno standard formale condiviso. Alla fine degli anni Novanta, tuttavia, tale linguaggio non era ancora codificato. Lesena emerge proprio in quel momento di passaggio, quando l’estetica fluida e bolidista degli anni precedenti lascia spazio a un rigore più essenziale, internazionale e misurato. Il progetto intercetta questa trasformazione culturale e la traduce in un dispositivo minimo: un segno verticale, una luce indiretta nascosta, una presenza capace di definire lo spazio senza imporsi visivamente. Sul piano tipologico l’oggetto introduce una condizione ambigua e fertile, fondendo due categorie tradizionalmente distinte: la piantana e l’applique. Non si tratta di una semplice sovrapposizione funzionale, ma dell’apertura di un territorio progettuale nuovo, quello del pannello verticale da terra accostato alla parete, capace di agire contemporaneamente come elemento luminoso e come componente d’arredo. È un’innovazione che non si manifesta attraverso l’eccezionalità formale, ma attraverso la plausibilità; proprio per questo, una volta apparsa, tende a essere percepita come ovvia, favorendo quella progressiva perdita di riconoscibilità autoriale che spesso accompagna le trasformazioni strutturali del progetto. Una parte rilevante del significato di Lesena emerge con particolare chiarezza attraverso la testimonianza diretta del suo autore. L’idea prende forma a metà degli anni Novanta, in un momento di transizione in cui il design sta abbandonando morfologie complesse e dinamiche per orientarsi verso una nuova essenzialità geometrica. La riflessione progettuale non nasce dal desiderio di produrre un oggetto iconico, ma dal tentativo di rispondere in modo radicale e sintetico a due brief distinti — una lampada da parete e una da terra — condensandoli in un unico dispositivo tipologico. Come spesso accade alle innovazioni che operano sul piano strutturale più che su quello stilistico, Lesena attraversa inizialmente una fase di sospensione, rimanendo per anni allo stato di intuizione non realizzata. Solo in seguito trova un interlocutore industriale disposto a riconoscerne la coerenza e la fattibilità produttiva, consentendone la presentazione pubblica alla fine degli anni Novanta. L’ingresso nel sistema delle fiere, dei premi e delle pubblicazioni avviene in tempi relativamente rapidi, confermando la capacità del progetto di dialogare con il dibattito internazionale del periodo e di sostenere il confronto con produzioni di grande autorevolezza. Ciò che rende particolarmente significativa questa vicenda non è tuttavia la sequenza dei riconoscimenti, quanto la traiettoria successiva. Dopo una prima fase di visibilità, Lesena rimane a lungo confinata in un ambito tecnico-architetturale, priva di una strategia comunicativa e commerciale capace di sostenerne pienamente la diffusione culturale o di svilupparne una vera famiglia di prodotto. Paradossalmente, proprio mentre l’oggetto perde centralità narrativa, il suo principio formale inizia a propagarsi in modo sempre più ampio, attraversando settori differenti dell’arredo e contribuendo alla definizione di un nuovo standard linguistico condiviso. Questa dinamica — presenza discreta dell’oggetto e contemporanea espansione del suo codice — chiarisce in modo esemplare il funzionamento di molte innovazioni progettuali: non quelle destinate a rimanere eccezioni riconoscibili, ma quelle che, trasformandosi in regola, finiscono per dissolvere la propria origine. In tal senso, la storia di Lesena si collega a una dimensione più ampia della cultura progettuale toscana, nella quale numerosi contributi significativi si sono sviluppati lontano da strategie comunicative aggressive, privilegiando chiarezza costruttiva, sostenibilità economica, durata, precisione d’uso. Ne deriva una forma di innovazione silenziosa, più incline a diventare standard condiviso che icona celebrata, e quindi più esposta al rischio dell’oblio critico. Riletto oggi, il valore di Lesena non risiede soltanto nelle sue qualità materiali — la luce indiretta, l’essenzialità costruttiva, la capacità di adattarsi a contesti differenti — ma soprattutto nella funzione generativa esercitata nel tempo. Più che un oggetto isolato, si configura come una matrice linguistica capace di migrare tra settori diversi, contribuendo alla ridefinizione di numerose tipologie dell’arredo contemporaneo, in particolare nell’ambito del bagno e degli elementi tecnici trasformati in presenze spaziali integrate. Restituire attenzione a un progetto come Lesena significa dunque riconoscere il valore delle innovazioni che operano in profondità, modificando le strutture del linguaggio più che le superfici dello stile. Significa anche riportare alla luce una parte meno evidente della storia del design, fatta di passaggi silenziosi, continuità sotterranee e contributi destinati a diventare sfondo condiviso. In questa prospettiva, Lesena non rappresenta soltanto un episodio significativo, ma una chiave di lettura per comprendere come nascono, si diffondono e talvolta si dimenticano le vere trasformazioni del progetto.

