Nel panorama del design italiano del secondo Novecento, il percorso di Mauro Pasquinelli si distingue per una coerenza rara, sviluppata quasi interamente all’interno del sistema produttivo friulano e concentrata sul tema della seduta. In questo contesto nasce Giulia, realizzata negli anni Ottanta per Olivo: un progetto capace di riflettere insieme la maturità dell’autore, le trasformazioni economiche del “triangolo della sedia” e un metodo progettuale ancora profondamente legato alla dimensione concreta del fare. Per Pasquinelli il legno non è soltanto un materiale privilegiato, ma una vera struttura mentale del progetto. L’esperienza precoce nella bottega familiare evolve infatti in una competenza che unisce sensibilità tattile, controllo costruttivo e chiarezza formale. Da qui deriva un atteggiamento operativo diretto, spesso svincolato dalle consuetudini industriali: il designer tende a proporre prototipi già compiuti, nei quali invenzione e realizzazione coincidono quasi totalmente. Questa autonomia genera una tensione costante con il sistema produttivo, trasformando ogni collaborazione in un confronto concreto più che in una semplice relazione di committenza. La storia di Giulia rende evidente tale dinamica. Il progetto prende avvio alla fine degli anni Settanta in una prima versione metallica e plastica, caratterizzata da linee tese, inclinazioni dinamiche ed equilibrio tra comfort ed energia formale. Le difficoltà produttive ne impediscono però la diffusione immediata, spingendo Pasquinelli a una radicale rielaborazione. Nasce così la versione in legno lamellare, che conserva l’impianto ergonomico originario traducendolo in un linguaggio costruttivo coerente con il sapere tecnico friulano. Questa trasformazione non rappresenta una semplice variazione materica, ma una rifondazione tipologica. Continuità strutturale, morbidezza delle superfici e qualità tattile definiscono una seduta elegante, comoda e industrialmente sostenibile. I riconoscimenti ottenuti nella seconda metà degli anni Ottanta e la diffusione internazionale attraverso marchi di primo piano confermano la riuscita di un equilibrio raro tra espressività formale e produzione seriale. Giulia diventa così anche un indicatore sensibile delle trasformazioni del distretto friulano, sospeso tra artigianato evoluto, industria e apertura ai mercati globali. Pur dialogando con il clima sperimentale del decennio, la sedia rimane estranea alla dimensione puramente iconica. La forma nasce da ergonomia, tecniche costruttive e condizioni d’uso reali, secondo una logica in cui estetica e funzione coincidono senza retorica. Anche la presenza di lavorazioni manuali in alcune fasi produttive testimonia un momento storico di transizione, in cui la crescita industriale convive ancora con saperi artigianali sedimentati. In profondità, il lavoro di Pasquinelli rivela una concezione del design come pratica di servizio. La forma non è mai esibizione stilistica, ma risultato di un confronto continuo con corpo, uso e durata. La seduta diventa così dispositivo relazionale tra spazio e gesto quotidiano, capace di trasformare la competenza tecnica in esperienza d’abitare. Osservata oggi, Giulia restituisce l’immagine di un design che unisce autonomia autoriale e responsabilità produttiva, memoria artigianale e diffusione seriale. La sua attualità non risiede nell’eccezione formale, ma nella misura con cui aderisce alla dimensione umana, ricordando come le forme più durature siano spesso quelle che scelgono di accompagnare senza imporsi.

