Progettata dall’ingegnere Ambrogio Carini, direttore della sede milanese, la GaMi 16 incarna la massima espressione della cultura tecnico-scientifica applicata al design di prodotto. La GaMi 16 nasce con un obiettivo chiaro: realizzare una fotocamera ultra-compatta capace di prestazioni professionali. Presentata ufficialmente alla Fiera di Milano del 1953, la GaMi 16 sorprende immediatamente per le dimensioni estremamente ridotte (circa 115 × 55 × 27 mm) e per il peso contenuto. Il corpo è realizzato in duralluminio anodizzato, con superfici arrotondate che migliorano ergonomia e maneggevolezza. Lo sportello frontale, oltre a proteggere l’ottica, si trasforma in una vera e propria impugnatura funzionale: un esempio precoce di integrazione tra forma e uso. La GaMi 16 utilizza pellicola da 16 mm, fotografica o cinematografica, e può essere configurata per una grande varietà di applicazioni: fotografia tradizionale, riprese scientifiche, documentazione tecnica, persino utilizzi subacquei grazie a una custodia stagno dedicata. Attorno al corpo macchina viene sviluppato un vasto ecosistema di accessori: flash, teleobiettivi, visori, ingranditori, sviluppatrici, sistemi di taglio e bobinatura, trasformando la GaMi 16 in un sistema fotografico completo in miniatura. Particolarmente curata è anche la presentazione commerciale: per i rivenditori viene progettato un espositore dedicato in ottone, dotato di lente ottica speciale, che valorizza la macchina come oggetto tecnologico di prestigio. Nonostante il prezzo elevato, la GaMi 16 ottiene un significativo successo internazionale, soprattutto negli Stati Uniti, dove viene apprezzata per la qualità costruttiva e per le soluzioni meccaniche avanzate. Le riviste specializzate italiane e straniere ne sottolineano la chiarezza dei comandi, la compattezza record e la razionalità progettuale. A differenza delle altre fotocamere Galileo, la GaMi 16 resta in produzione fino al 1963, segno della sua unicità tecnica e della sua collocazione in una nicchia ad alto valore aggiunto. Oggi è considerata una delle massime espressioni della micro-meccanica fotografica europea del secondo dopoguerra e un raro esempio di integrazione tra ingegneria industriale e cultura del design italiano.

