Nel tessuto produttivo toscano le iniziative legate all’automobile non si sono mai sviluppate secondo la logica dei grandi poli industriali, ma piuttosto come una costellazione di competenze distribuite, spesso radicate in ambiti artigianali ad alta specializzazione. È proprio dentro questa geografia discreta — fatta di officine evolute, filiere corte e saperi tecnici sedimentati — che trova collocazione l’esperienza di Mazzanti Automobili, realtà capace di trasformare una pratica di restauro d’eccellenza in un progetto autonomo di costruzione. L’origine del percorso risale ai primi anni Duemila, quando dall’attività dello storico atelier Faralli Restauri prende forma la sigla F&M, fondata da Walter Faralli e Luca Mazzanti. Lavorare quotidianamente su vetture sportive storiche non produce soltanto competenze tecniche: genera una familiarità profonda con proporzioni, soluzioni meccaniche e linguaggi formali che, col tempo, rende quasi inevitabile il passaggio dalla conservazione alla creazione. In questa transizione si manifesta una volontà precisa: restituire all’automobile un ruolo espressivo pieno, sottraendola alla riduzione funzionale che la contemporaneità tende a imporle. Le prime realizzazioni mostrano ancora un legame evidente con l’immaginario classico della carrozzeria sportiva, ma segnano anche l’avvio di una progressiva emancipazione linguistica. Diventa presto chiaro che la sfida non può limitarsi alla reinterpretazione del passato: occorre costruire una supercar sartoriale, capace di abitare il presente senza rinunciare alla densità simbolica della tradizione. Da questa consapevolezza prende forma Evantra, progetto che assume fin dal nome — tratto dalla mitologia etrusca — l’ambizione di durata e unicità. L’identità stilistica della vettura si fonda su una tensione volutamente irrisolta tra registri differenti. Alle superfici più morbide e fluide, che richiamano la memoria delle sportive storiche, si affiancano incisioni nette, aperture funzionali e soluzioni luminose di taglio contemporaneo. Ne deriva un equilibrio instabile ma controllato, in cui eleganza artigianale e aggressività tecnologica non si neutralizzano, bensì convivono come polarità complementari. Sul piano produttivo Evantra rappresenta soprattutto un cambio di paradigma. La vettura non è pensata come oggetto standard da personalizzare superficialmente, ma come piattaforma aperta a una negoziazione progettuale reale con il committente. Materiali, finiture, configurazioni interne diventano parte di un dialogo in cui la personalizzazione non coincide con l’eccesso decorativo, bensì con la ricerca di coerenza tra desiderio individuale e identità del modello. È proprio nella capacità di governare questo equilibrio — evitando che il “valore aggiunto” degeneri in sovraccarico formale — che si misura la maturità del costruttore. Anche la dimensione territoriale contribuisce in modo decisivo alla definizione del progetto. Pur in assenza di un distretto automotive paragonabile ai grandi poli nazionali, la concentrazione locale di fornitori e competenze consente un controllo diretto dei processi e una continuità operativa rara nelle produzioni di nicchia. La scelta di mantenere volumi estremamente contenuti non risponde soltanto a logiche di esclusività, ma alla volontà di preservare qualità, verificabilità tecnica e responsabilità autoriale lungo l’intero ciclo costruttivo. In questa prospettiva Evantra non può essere interpretata come semplice esercizio spettacolare né come nostalgia formalizzata. Piuttosto, rappresenta il tentativo coerente di trasporre nel presente la cultura dell’atelier — fatta di prova, correzione, misura e conoscenza della materia — trasformandola in dispositivo contemporaneo. L’innovazione, qui, non coincide con l’effetto, ma con una disciplina silenziosa che permette all’oggetto di mantenere senso nel tempo. La vera sfida diventa allora conservare riconoscibile l’identità del modello pur dentro un processo di personalizzazione spinta. Come uno spartito aperto all’interpretazione ma non all’arbitrio, Evantra dimostra che l’unicità può esistere senza dissolvere la forma, e che l’esclusività, quando è governata dal progetto, smette di essere capriccio per tornare a essere cultura costruttiva.

