Duna nasce nel momento in cui 1P, a Calenzano, smette di essere soltanto un’estensione tecnica della filiera Permaflex e diventa un laboratorio di progetto vero e proprio, capace di trasformare un materiale – il poliuretano, in tutte le sue declinazioni – in un linguaggio industriale e in una promessa d’uso. In pochi anni l’azienda passa dal semilavorato (blocchi da tagliare, densità da testare, reazioni da controllare) a una visione più ambiziosa: non “un divano”, ma un sistema che mette in discussione l’idea stessa di arredo imbottito, la sua staticità, la sua dipendenza da telai tradizionali e, soprattutto, la sua scarsa adattabilità nel tempo. In questa traiettoria Duna è un punto alto, perché affronta la questione della componibilità senza ridurla a semplice somma di moduli. Qui la modularità non è un espediente commerciale né una variazione di catalogo: è la struttura concettuale del progetto. L’obiettivo non è offrire molte versioni dello stesso oggetto, ma rendere “aperta” la configurazione dell’ambiente, consentendo a chi usa di costruire, modificare, espandere e persino riparare nel tempo l’assetto del proprio spazio con un insieme coerente di elementi. Il cuore di Duna è una intelaiatura leggera e resistente realizzata in resina poliuretanica espansa rigida (Baydur), organizzata come un abaco volutamente ridotto di componenti. Pochi pezzi strutturali – pensati per ripetersi, combinarsi e accettare varianti – generano basi, fianchi, schienali e “nicchie” plastiche che definiscono l’ossatura del sistema. Dentro questa griglia rigida si inseriscono i volumi morbidi: cuscini di seduta, schienale e bracciolo in poliuretano a elasticità differenziata (Dediflex), rivestiti con tessuti concepiti per essere facilmente rimossi e sostituiti. In origine la palette cromatica dichiarava con decisione la dimensione pop e domestica di fine anni Sessanta: tonalità calde e fredde ben riconoscibili (ocra, blu, corda, rosso), pensate per dialogare con interni in trasformazione, più dinamici e meno “salottieri”. La logica d’uso è semplice, quasi didattica, e proprio per questo potente: ogni composizione minima (poltrona, chaise, divanetto, angolo) è solo una tappa temporanea, non una forma definitiva. Duna rende praticabile un principio allora non così comune: l’arredo come assetto reversibile. Si monta in modo relativamente rapido, si riconfigura senza dover ricomprare tutto, e soprattutto consente di intervenire su parti specifiche (un rivestimento, un cuscino, un elemento laterale) senza compromettere l’insieme. Anche per questo, il sistema integra complementi coerenti – come portariviste e tavolini con ripiani in vetro a innesto – che non si limitano ad “accompagnare” il divano, ma partecipano alla stessa grammatica compositiva. Questa impostazione rende Duna naturalmente predisposto a scavalcare il recinto domestico. Non perché sia “neutro” o anonimo, ma perché la sua intelligenza distributiva risolve bene problemi tipici degli spazi collettivi: attese, hall, sale riunioni, aree di passaggio, luoghi dove il layout cambia e l’usura è più intensa. La promessa implicita è chiara: comfort e prestigio non devono per forza coincidere con l’immutabilità. Un ambiente può restare elegante anche se pensato come variabile, e può rimanere coerente pur cambiando disposizione. In Duna la componente industriale è inseparabile da quella culturale. La scelta di una struttura plastica rigida, “leggera” rispetto ai telai tradizionali, e l’uso calibrato di imbottiture differenziate definiscono una sintesi tipica di 1P: spostare il senso dell’arredo dal mestiere (e dalle memorie artigiane) al processo, e dal processo a una nuova figurazione domestica. È un progetto che parla di tecnologia, certo, ma soprattutto di comportamento: di come si abita, di come cambiano i bisogni, di come uno spazio si può riscrivere senza azzerarsi. Duna, in questo quadro, è meno un divano e più una piccola “macchina per l’abitare”: un sistema che funziona quando viene usato, manipolato, riconfigurato. E proprio perché fondato su regole elementari e comprensibili, assomiglia a un gioco combinatorio serio, dove la libertà non è caos ma possibilità guidata. È questa la sua qualità più attuale: l’idea che il comfort non stia solo nella morbidezza, ma nella disponibilità dell’oggetto a seguirci nel tempo.

