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DOMINO

DOMINO

1988

Area tematica
Progetto

Luciano Valboni

Produzione per

Zanussi G. I. – Electrolux Zanussi Vending-Necta – EVOCA Group

Alcuni oggetti non cercano attenzione e proprio per questo finiscono per governare silenziosamente le nostre abitudini. Entrano nella vita quotidiana senza dichiararsi, diventano sfondo operativo più che presenza riconoscibile. È in questa zona discreta del progetto – dove l’efficienza sostituisce il gesto e la procedura prende il posto della relazione – che il design manifesta una responsabilità più ampia della sola forma. La gamma Domino, sviluppata nel 1988 per Zanussi dal designer fiorentino Luciano Valboni, appartiene a questa famiglia di artefatti a bassa visibilità: non costruisce identità spettacolari, ma organizza comportamenti. E nel farlo intercetta con lucidità una trasformazione profonda del rapporto tra uomo, servizio e macchina. Il settore della distribuzione automatica rappresenta un osservatorio privilegiato di tale mutamento. Qui lo scambio economico e funzionale viene ridotto all’essenziale: nessuna mediazione umana, nessuna negoziazione, nessuna teatralità del servizio. In cambio l’utente riceve una promessa di costanza e prevedibilità. È una promessa rassicurante ma ambigua, perché l’oggetto che garantisce l’efficienza finisce anche per modellare il comportamento di chi lo utilizza. Il distributore non si limita a erogare un prodotto: introduce una disciplina d’uso, un tempo operativo, una grammatica minima della relazione con il mondo artificiale. Per questa ragione la forma, storicamente, tende alla neutralità. I dispositivi vending condividono volumi compatti, frontalità leggibile, riduzione degli accenti plastici. La riconoscibilità si affida più alla comunicazione grafica che alla costruzione tridimensionale. Non si tratta di povertà espressiva, ma di una precisa necessità industriale: questi oggetti devono durare, adattarsi a contesti differenti, garantire manutenzione e continuità di servizio. La qualità progettuale si misura allora nella coerenza del sistema più che nell’eccezionalità del singolo episodio formale. È esattamente su questo terreno che nasce Domino. Valboni, forte di una lunga esperienza interna al gruppo Zanussi, non concepisce una macchina isolata ma una architettura modulare capace di crescere, allinearsi e trasformarsi nel tempo. Il nucleo innovativo del progetto non risiede tanto nell’apparecchiatura quanto nell’organizzazione delle funzioni: preparazione delle bevande, gestione dei flussi operativi, controllo dei prelievi, integrazione con sistemi di pagamento e possibilità di configurazioni differenti tra servizio assistito e self-service. Ne deriva un vero modello di lavoro, in cui l’automazione non cancella la presenza umana ma ne ridefinisce il ruolo, liberando tempo per attività di relazione, cura e gestione dello spazio. Questa impostazione sistemica trova corrispondenza in un linguaggio formale volutamente sobrio. Materiali resistenti, superfici continue, costruzione pensata per l’uso intensivo definiscono un’estetica dell’affidabilità più che della seduzione. È una bellezza silenziosa, destinata a durare proprio perché priva di enfasi. Non sorprende quindi che il riconoscimento critico abbia riguardato l’intera gamma – premiata con il Compasso d’Oro nel 1989 – sottolineando qualità come componibilità, chiarezza comunicativa e coerenza d’immagine nei diversi contesti d’impiego: valori che appartengono al progetto di sistema più che all’oggetto singolo. Rimane tuttavia l’ambivalenza propria dell’automazione nei luoghi dell’ospitalità. Con il tempo, soprattutto nel settore alberghiero, la prima colazione è divenuta un momento identitario fondato su presenza umana, territorialità e cura sensoriale. In questo scenario le macchine possono apparire fredde se non accompagnate da un servizio capace di trasformare la procedura in esperienza. Ma proprio qui emerge la misura del progetto di Valboni: Domino non sostituisce la relazione, crea le condizioni perché possa avvenire altrove, sottraendo alla ripetizione tecnica le energie necessarie all’incontro. Osservato a distanza di decenni, il sistema Domino testimonia un passaggio cruciale del design contemporaneo: lo spostamento dall’oggetto al sistema di oggetti, e insieme alle pratiche che tali sistemi generano. Un design che rinuncia al protagonismo per costruire continuità, che preferisce la normalità all’eccezione, che incide in profondità proprio attraverso la discrezione. In questa prospettiva, la silenziosa grammatica operativa ideata da Valboni continua a parlare del presente, ricordandoci che le trasformazioni più durature non sono quasi mai le più visibili.