All’interno del vasto programma sperimentale Family Follows Fiction, avviato da Alessi nei primi anni Novanta con l’obiettivo di ridefinire il rapporto emotivo tra oggetto domestico e utente, l’apribottiglie Diabolix, progettato da Biagio Cisotti nel 1994, si impone come uno degli esiti più equilibrati e durevoli dell’intera operazione. Se molti prodotti della serie affidavano la propria efficacia a un immaginario dichiaratamente ludico o a esplicite figurazioni zoomorfe e antropomorfe, Diabolix sceglie una via più sottile: una sintesi formale capace di unire funzionalità rigorosa, allusione simbolica e stabilità percettiva nel tempo. Il progetto nasce in un contesto culturale che mirava a introdurre nel quotidiano un design accessibile, emotivamente coinvolgente e fortemente comunicativo, sostenuto dall’uso estensivo delle materie plastiche. Tuttavia Cisotti evita consapevolmente ogni deriva caricaturale, rinunciando sia alla narrazione figurativa immediata sia alla citazione ironica troppo esplicita. La forma risultante non descrive, ma evoca: un segno compatto, ambiguo, sospeso tra utensile e presenza totemica, che richiama in modo indiretto l’immaginario popolare del “diavolo” domestico, figura ambivalente radicata nella cultura mediterranea e legata simbolicamente al mondo del vino, del liquido e del contenimento. Questa dimensione archetipica, mai dichiarata ma costantemente percepibile, conferisce all’oggetto una densità plastica insolita per un utensile di uso comune. Le proporzioni volutamente generose rispetto agli apribottiglie tradizionali non producono ridondanza, ma rafforzano la leggibilità del gesto funzionale, mentre la definizione differenziata delle superfici e l’integrazione precisa degli elementi metallici rivelano un controllo tecnico attento all’ergonomia e alla durata d’uso. Ne deriva un equilibrio raro tra suggestione simbolica e chiarezza operativa, in cui nessuna delle due componenti prevale sull’altra. È proprio questa misura a garantire a Diabolix una tenuta temporale che molti altri oggetti della stagione postmoderna non hanno conservato. Laddove numerosi prodotti nati nello stesso clima culturale appaiono oggi fortemente legati al gusto degli anni Novanta, l’apribottiglie di Cisotti mantiene una sorprendente attualità, come se la sua forma avesse intercettato un livello più profondo e stabile dell’immaginario collettivo. Non semplice oggetto-gioco né puro strumento funzionale, esso occupa una soglia intermedia in cui uso quotidiano, memoria simbolica e qualità formale coincidono senza conflitto. La successiva diffusione iconica del profilo di Diabolix — anche attraverso riduzioni dimensionali e varianti derivate — conferma la forza primaria del segno, indipendente dalle sole strategie commerciali. In questo senso il progetto testimonia una delle possibilità più fertili del design italiano di fine secolo: trasformare un utensile minimo in una figura dotata di risonanza culturale, mantenendo intatta la precisione funzionale che ne giustifica l’esistenza.
Osservato oggi a distanza di oltre trent’anni, Diabolix non rappresenta soltanto uno dei risultati più convincenti del programma Family Follows Fiction, ma anche un raro esempio di essenzialità capace di sfiorare una dimensione archetipica. Una qualità che non può essere pianificata né riprodotta sistematicamente, ma che talvolta emerge quando progetto, memoria collettiva e misura formale raggiungono una momentanea e irripetibile coincidenza.

