Nel secondo dopoguerra la casa italiana cambia volto. Gli spazi si riducono, le abitudini si semplificano, il tempo domestico si riorganizza attorno a nuove priorità. La ricostruzione non riguarda soltanto gli edifici, ma investe in profondità i modi dell’abitare: cucine più compatte, arredi più funzionali, oggetti chiamati a rispondere a un’esigenza di ordine, praticità ed economia. È in questo scenario che il progetto industriale entra con decisione nella sfera quotidiana, assumendo il compito di riformulare il linguaggio degli oggetti d’uso. Il servizio Colonna, progettato da Giovanni Gariboldi per Richard-Ginori all’inizio degli anni Cinquanta, nasce precisamente da questa nuova condizione. Non è un semplice esercizio di stile moderno, ma una proposta sistemica che rilegge l’idea stessa di servizio da tavola alla luce dei mutamenti sociali e spaziali in atto. L’intuizione è tanto semplice quanto radicale: trasformare un insieme articolato di elementi in un organismo compatto, ordinabile verticalmente, capace di ridurre drasticamente l’ingombro e di organizzare in modo razionale funzioni diverse all’interno di un unico volume. Il principio dell’impilabilità non è qui un espediente formale, ma la chiave strutturale dell’intero progetto. Piatti, contenitori, zuppiere e accessori sono disegnati come parti di un sistema coerente, pensato per essere stoccato, trasportato, conservato con la massima efficienza. Molti elementi assolvono più funzioni, eliminando ridondanze tipologiche. Le geometrie sono essenziali, i profili netti, le proporzioni studiate per garantire stabilità, maneggevolezza e continuità visiva. Anche l’assenza di elementi sporgenti, tradizionalmente associati alla gestualità del servizio, risponde a una logica precisa: ridurre gli ingombri, semplificare l’uso, rendere l’oggetto compatibile con una domesticità più dinamica. In questo senso Colonna non propone soltanto una nuova forma, ma introduce un diverso modo di pensare il rapporto fra oggetto, spazio e comportamento. Il servizio “scompare” quando non è in uso, si compatta, si organizza, diventa volume puro. E proprio questa capacità di passare dallo stato operativo a quello di stoccaggio senza perdere identità costituisce uno dei suoi aspetti più innovativi. La forza progettuale del Colonna viene riconosciuta ufficialmente nel 1954, quando il servizio ottiene il Compasso d’Oro, affermandosi come uno dei primi esempi emblematici del design industriale italiano applicato all’ambito domestico. Il premio sancisce non tanto un risultato estetico, quanto un cambio di paradigma: la forma non è più decorazione applicata, ma espressione diretta della funzione, della tecnica produttiva e delle condizioni reali d’uso. L’importanza del progetto emerge anche nella sua capacità di generare sviluppi successivi. Il Colonna non rimane un episodio isolato, ma diventa un modello di riferimento per una serie di rielaborazioni e varianti che ampliano la gamma degli elementi, introducono nuove soluzioni tecniche e affinano ulteriormente i principi di modularità, compattezza e razionalità. La ricerca di Gariboldi prosegue lungo questa traiettoria, spingendo progressivamente verso forme sempre più integrate, multifunzionali e adatte a una produzione industriale efficiente. A distanza di decenni, il ritorno in produzione del servizio Colonna conferma la solidità dell’intuizione originaria. Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma della riattivazione di un progetto che conserva una sorprendente attualità. In un’epoca in cui lo spazio domestico è nuovamente oggetto di ottimizzazione, e in cui si riscoprono valori come ordine, compattezza e funzionalità intelligente, Colonna continua a parlare un linguaggio comprensibile e contemporaneo. Il suo valore storico non risiede soltanto nell’aver anticipato una tendenza, ma nell’aver dimostrato che la modernità può essere silenziosa, rigorosa senza essere fredda, razionale senza rinunciare alla qualità percettiva. Colonna rappresenta così una delle immagini più riuscite della cultura del progetto del dopoguerra italiano: un oggetto capace di trasformare un’esigenza pratica in una forma iconica, e di tradurre la complessità del cambiamento sociale in un gesto di apparente semplicità.

