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AKHIR

AKHIR

1972-1979

Area tematica
Progetto

Pierluigi Spadolini

Produzione per

Cantieri di Pisa

Nel panorama della nautica italiana del secondo Novecento, l’ingresso consapevole del progetto industriale segna un punto di svolta decisivo. Fino ai primi anni Sessanta, lo yacht a motore rimane spesso un prodotto ibrido: tecnicamente evoluto nello scafo, ma culturalmente ancora legato all’idea di “villa galleggiante”, dominata da stilemi decorativi e soluzioni spaziali poco coerenti con la logica del navigare. È in questo scenario che si inserisce l’intervento di Pierluigi Spadolini, capace di ridefinire in modo radicale l’identità dell’imbarcazione da diporto attraverso un approccio progettuale sistematico, metodico e fortemente orientato all’uso reale. Il contributo di Spadolini non si manifesta come gesto formale isolato, ma come costruzione progressiva di un linguaggio. Le prime collaborazioni con i Cantieri di Pisa avvengono su barche già impostate, dove il margine di intervento è limitato. Proprio in questa condizione vincolata emerge tuttavia la sua capacità di agire per sottrazione: alleggerire le sovrastrutture, ridurre la frammentazione visiva, ricomporre le superfici vetrate in un sistema unitario, riequilibrare le proporzioni complessive. Attraverso micro-interventi mirati, lo yacht inizia a perdere l’aspetto domestico per acquisire una fisionomia tecnica, più coerente con la funzione nautica. Con il passaggio a progetti di maggiore scala, questo processo si struttura in una vera metodologia. Spadolini introduce un ciclo di lavoro fondato su verifiche continue tra disegno, modellazione fisica e prototipazione in cantiere. La forma non nasce come immagine da imporre, ma come risultato di una sequenza di aggiustamenti successivi, calibrati in base a vincoli costruttivi, esigenze di navigazione e qualità spaziale degli interni. Il progetto diventa così un dispositivo di controllo dell’intero sistema yacht, non soltanto della sua apparenza.
La serie Akhir rappresenta il momento di piena maturazione di questo approccio. Qui Spadolini riorganizza l’architettura della barca partendo da un principio chiave: la centralità della timoneria come nodo funzionale e simbolico dell’imbarcazione. La cabina di comando non è più un elemento aggiunto, ma il fulcro attorno al quale si articolano quadrato, spazi esterni e distribuzione sottocoperta. Da questa scelta discende una nuova configurazione volumetrica: sovrastrutture compatte, profili più filanti, superfici vetrate continue che rafforzano l’unità formale dell’insieme. Parallelamente, anche gli interni vengono ripensati secondo una logica anti-domestica. Gli ambienti non imitano più l’arredo residenziale, ma si organizzano come spazi nautici veri e propri: continui, funzionali, ottimizzati nei percorsi e nelle relazioni visive. L’uso calibrato dei legni, la riduzione degli elementi superflui, la chiarezza distributiva restituiscono un equilibrio raro tra comfort e rigore progettuale. Nei modelli di maggiore dimensione della seconda metà degli anni Settanta questo linguaggio raggiunge una forza espressiva riconoscibile a scala internazionale. La sovrastruttura si trasforma in un segno architettonico autonomo, capace di comunicare dinamismo e autorevolezza senza ricorrere a effetti decorativi. Le soluzioni adottate – dalla gestione delle volumetrie alla continuità dei tagli vetrati, dal rapporto tra tuga e flying bridge all’organizzazione dei ponti – diventano riferimenti per l’intero settore, spesso imitati, raramente compresi fino in fondo. Ciò che distingue il lavoro di Spadolini non è però soltanto il risultato formale, ma il modo in cui viene raggiunto. La collaborazione con il cantiere non è subordinata al progetto, ma parte integrante del processo creativo. La competenza artigianale, la conoscenza dei materiali e la sperimentazione costruttiva entrano nel progetto come fattori attivi, generando un dialogo continuo tra ideazione e realizzazione. È in questa relazione virtuosa tra cultura del progetto e saper fare che si costruisce la qualità delle imbarcazioni. Nel corso di oltre vent’anni di attività nel settore nautico, Spadolini consolida così un modello di progettazione che supera la dimensione episodica e diventa sistema. Lo yacht non è più un oggetto di rappresentanza fine a se stesso, ma una macchina abitabile complessa, in cui forma, funzione e tecnica si ricompongono in un equilibrio dinamico. Questo lascito continua a essere attuale perché non riguarda uno stile, ma un metodo. Un modo di intendere la nautica come disciplina progettuale autonoma, capace di dialogare con l’architettura, con il design industriale e con l’ingegneria senza perdere il contatto con l’esperienza concreta del navigare. È proprio in questa capacità di tenere insieme visione, rigore e pratica che si misura il valore duraturo del contributo di Pierluigi Spadolini alla storia dello yacht design.