Pensato come un organismo compatto più che come un semplice insieme di arredi, Boccio nasce con l’ambizione di trasformare il tavolo da pranzo in una vera architettura domestica in miniatura. Il progetto, sviluppato nel 1969 da Pierluigi Spadolini e Paolo Felli per la 1P, affronta il tema della seduta e del piano di appoggio non come elementi autonomi, ma come parti di un unico sistema capace di generare configurazioni chiuse, continue e formalmente coerenti, nelle quali l’atto del sedersi diventa parte integrante della costruzione dello spazio. Il sistema era composto da un tavolo circolare e da sei sedute indipendenti, ciascuna impostata su una base triangolare che permetteva l’accostamento radiale fino a comporre un anello completo. Una volta riuniti, gli elementi producevano un volume unitario, compatto e centripeto, nel quale la geometria non svolgeva soltanto una funzione ordinatrice, ma contribuiva a definire una nuova modalità di percezione dello spazio conviviale. Il perimetro continuo generato dalle sedute suggeriva un’idea di raccolta e di concentrazione dell’area pranzo, trasformando l’insieme in un dispositivo spaziale capace di ridefinire il rapporto tra arredo e ambiente. Dal punto di vista costruttivo, Boccio rappresentò uno dei primi tentativi sistematici di applicazione del poliuretano strutturale Baydur a elementi d’arredo di grandi dimensioni. Sedute e tavolo vennero progettati come corpi autoportanti, rinforzati internamente da nervature studiate per aumentare la rigidità delle superfici senza appesantirne il profilo visivo. Questa soluzione consentì di ottenere forme plastiche continue, prive di telai tradizionali, nelle quali struttura e involucro coincidevano in un unico organismo materico. Le sedute, caratterizzate da una linea fluida e avvolgente, offrivano una lettura formale mutevole al variare del punto di osservazione. Il profilo laterale, apparentemente leggero, nascondeva un attento equilibrio tra slancio plastico e stabilità statica. Pur dialogando idealmente con alcune sperimentazioni coeve sulla monoscocca in materiale plastico, il progetto adottava un linguaggio più misurato, rinunciando a soluzioni strutturalmente estreme in favore di una maggiore affidabilità d’uso e durata nel tempo. La realizzazione del piano circolare del tavolo costituì uno dei passaggi più complessi dell’intero processo produttivo. Le dimensioni dello stampo e la natura del materiale imponevano un controllo estremamente preciso della fase di colata. Per garantire una distribuzione omogenea del composto prima della solidificazione, fu messo a punto un sistema di pressatura in grado di far oscillare lo stampo durante l’iniezione, permettendo al materiale liquido di raggiungere uniformemente ogni porzione della superficie. Questa soluzione, tanto ingegnosa quanto onerosa, testimonia il livello di sperimentazione tecnologica che accompagnò lo sviluppo del progetto. Sul piano concettuale, Boccio si inserisce nel dibattito sulla componibilità che attraversava il design italiano di fine decennio, ma lo fa seguendo una traiettoria autonoma. L’aggregazione non è qui finalizzata alla proliferazione di configurazioni indefinite, bensì alla costruzione di una forma compiuta, riconoscibile e fortemente identitaria. La composizione circolare non risponde a un’esigenza decorativa, ma propone una diversa organizzazione dello spazio domestico, nella quale l’arredo assume un ruolo quasi architettonico, capace di definire micro-ambienti all’interno della stanza. Nonostante l’alto contenuto innovativo, il sistema incontrò limiti evidenti nella diffusione commerciale. Gli ingombri complessivi del tavolo e delle sedute richiedevano ambienti ampi e ben proporzionati, riducendo le possibilità di inserimento nelle abitazioni standard dell’epoca. A ciò si aggiungevano i costi elevati legati a un processo produttivo complesso e poco compatibile con le logiche della grande serie. Boccio rimase così confinato in una dimensione sperimentale, più vicina alla ricerca industriale avanzata che al mercato di massa. Proprio per questo, il progetto conserva oggi un valore emblematico all’interno della storia della 1P. Boccio sintetizza in modo esemplare la tensione verso nuovi modelli abitativi, la volontà di esplorare fino in fondo le potenzialità dei materiali sintetici e l’ambizione di superare la tradizionale separazione tra struttura, forma e funzione. Più che un semplice sistema tavolo-sedute, si configura come una dichiarazione progettuale sul ruolo dell’arredo nella costruzione dello spazio domestico contemporaneo.

