Osservare la storia del progetto in Toscana richiede spesso uno sguardo capace di spostarsi rispetto ai racconti consolidati. Non tanto per contraddirli, quanto per riportare alla luce esperienze rimaste ai margini della narrazione dominante pur avendo inciso in modo concreto sulla cultura materiale e sulla vita quotidiana. In questa prospettiva si colloca la figura di Nilo Gioacchini, progettista di origine non toscana ma profondamente radicato nel territorio, la cui attività attraversa alcune delle trasformazioni più significative dell’abitare tra la fine degli anni Sessanta e i decenni successivi. Dopo un iniziale confronto con l’ambiente milanese, Gioacchini sviluppa in Toscana una stagione particolarmente fertile insieme al gruppo Internotredici. I sistemi d’arredo concepiti in quegli anni testimoniano una precoce consapevolezza del mutamento dello spazio domestico: l’idea di ambiente unitario, flessibile e organizzato per moduli anticipa temi che diventeranno centrali solo più tardi nel dibattito progettuale. Pur non godendo della stessa visibilità di altre esperienze coeve, questi lavori rivelano una capacità di interpretare la dimensione reale dell’abitare con rigore e concretezza, lontano tanto dalla sperimentazione autoreferenziale quanto dalla pura logica commerciale. Col passare del tempo, il rapporto con l’industria locale si dirada e l’attività di Gioacchini si distribuisce su un territorio produttivo più ampio. Questo spostamento geografico coincide con una trasformazione generale della professione del designer, sempre più orientata verso produzioni limitate, prototipi e piccole serie. Una condizione che, tuttavia, non esaurisce la questione centrale: il progressivo distacco tra progetto e incidenza culturale. Più che una perdita di qualità, emerge infatti una difficoltà collettiva nel costruire consapevolezza critica e narrazione condivisa del proprio operato, elemento che ha contribuito a rendere periferica un’intera generazione di autori. In questo quadro, il percorso di Gioacchini si distingue per coerenza intellettuale. Il suo lavoro si concentra progressivamente sui sistemi di prodotto, ambiti capaci di resistere alla frammentazione commerciale e di mantenere una dimensione spaziale del progetto. Parallelamente, prende forma un atteggiamento metodico fondato sul rallentamento, sulla sospensione delle soluzioni immediate e su una distanza critica rispetto agli automatismi del mercato. Non una rinuncia all’innovazione, ma una ricerca di senso che precede la forma e la funzione. Questa impostazione trova una delle espressioni più compiute nel sistema integrato G-Full, dove il progetto del bagno viene affrontato come questione architettonica prima ancora che tipologica. L’unificazione lineare di elementi tradizionalmente separati non rappresenta soltanto una soluzione funzionale, ma l’avvio di una riflessione più ampia sulla continuità dello spazio domestico. Il modulo compatto, sospeso e aggregabile introduce infatti una logica diversa rispetto alla disposizione sommatoria dei sanitari, proponendo una geometria capace di dialogare con gli altri ambienti della casa. L’innovazione non si esaurisce nell’immagine formale, ma coinvolge aspetti tecnologici, ergonomici e d’uso che trasformano l’oggetto in dispositivo spaziale. La possibilità di riconfigurazione, l’integrazione di superfici d’appoggio e la riduzione degli ingombri contribuiscono a ridefinire il bagno come elemento fluido dell’abitare contemporaneo, coerente con modelli domestici sempre più compatti e ibridi. In questo senso, G-Full si colloca nel più ampio processo di trasformazione degli interni, dove le funzioni non coincidono più con stanze separate ma si organizzano attorno a nuclei multifunzionali. Ciò che rende particolarmente significativo questo progetto non è soltanto la soluzione proposta, quanto il metodo che lo sostiene. L’attenzione alle architetture di prodotto esistenti, alle resistenze dei sistemi industriali e alle dinamiche di accettazione sociale rivela una visione profondamente sistemica dell’innovazione. Il nuovo non viene imposto come rottura spettacolare, ma costruito attraverso una trasformazione graduale capace di rendere plausibili scenari inizialmente percepiti come lontani. Da questa prospettiva, G-Full può essere interpretato come un dispositivo critico oltre che funzionale. Più che introdurre un oggetto inedito, mette in discussione la separazione storica tra spazio dell’igiene e spazio della relazione domestica, suggerendo una possibile continuità che riflette i cambiamenti culturali dell’abitare contemporaneo. Non una provocazione, ma una lenta ridefinizione delle soglie spaziali e simboliche della casa. All’interno della storia del design toscano, il lavoro di Gioacchini assume così un valore particolare. Non tanto per la visibilità ottenuta, quanto per la capacità di mantenere una tensione progettuale orientata al lungo periodo, dove sistema, spazio e comportamento si intrecciano in una visione unitaria. Una traiettoria discreta ma incisiva, che invita a rileggere la cultura del progetto regionale non come periferia di altri racconti, bensì come luogo autonomo di elaborazione critica e sperimentazione concreta.

