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TUTA

TUTA

1920

Area tematica
Progetto

Ernesto Michahelles – THAYAHT, Ruggero Alfredo Michahelles – RAM

Produzione per

Autoproduzione

La Tuta ideata da Ernesto Michahelles, in arte Thayaht, con la collaborazione del fratello RAM (Ruggero Alfredo Michahelles), nasce a Firenze tra il 1919 e il 1920 come risposta concreta a una condizione storica precisa: il primo dopoguerra, la crisi economica, il caro-tessuti e l’inadeguatezza dell’abbigliamento tradizionale rispetto a una vita urbana sempre più dinamica. La Tuta non viene concepita come semplice capo di moda, ma come progetto razionale. La sua struttura si basa su principi di economia di materiale, riduzione delle cuciture, semplicità costruttiva e rapidità di utilizzo. L’obiettivo dichiarato era quello di creare un abito universale, facilmente riproducibile, accessibile e adatto a molteplici contesti d’uso, capace di sostituire una parte significativa del guardaroba tradizionale. Nel luglio 1920 il progetto viene lanciato pubblicamente grazie al quotidiano fiorentino “La Nazione”, che pubblica il modello e ne sostiene attivamente la diffusione. In poche settimane la Tuta diventa un fenomeno cittadino: a Firenze si organizzano eventi e occasioni mondane “in tuta”, mentre il capo viene adottato sia da ambienti artistici sia da settori dell’alta società, attratti dalla sua carica di modernità e di rottura rispetto alle convenzioni dell’abbigliamento borghese. Anche il nome fa parte integrante del progetto. “Tuta” è un neologismo che entra rapidamente nel lessico italiano e che Thayaht carica intenzionalmente di un significato di totalità. Il termine richiama infatti l’idea di un abito che utilizza interamente il tessuto senza sprechi, che è concepito come un unico elemento costruttivo semplice e razionale, che veste il corpo in modo immediato e funzionale e che, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe potuto essere adottato da un pubblico ampio e trasversale. Questo gioco concettuale si riflette anche nella dimensione grafica e progettuale: la lettera “T” diventa principio formale del cartamodello stesso, rafforzando il legame tra parola, forma e funzione e confermando come la Tuta fosse pensata non solo come indumento pratico, ma come vero oggetto culturale. Un aspetto particolarmente significativo è il carattere ambivalente del progetto. Pensata come capo democratico e antiborghese, la Tuta viene inizialmente adottata soprattutto da élite culturali e ambienti mondani. Questo paradosso mette in luce uno dei nodi centrali del design moderno: la tensione tra progetto sociale e ricezione reale da parte del pubblico, tra utopia progettuale e dinamiche di consumo. Negli stessi anni, in altri contesti europei emergono proposte analoghe di razionalizzazione dell’abbigliamento, ma la Tuta di Thayaht si distingue per la sua vocazione trasversale, non legata a una sola funzione produttiva o professionale, bensì pensata per accompagnare l’intera vita quotidiana, anticipando concetti oggi centrali come modularità, sostenibilità e riduzione degli sprechi. Il percorso della Tuta prosegue anche all’interno del sistema moda. Thayaht collabora nei primi anni Venti con Madeleine Vionnet, contribuendo a introdurre principi di semplicità strutturale, costruzione geometrica e razionalizzazione del taglio nel mondo dell’alta sartoria. In questo passaggio la Tuta perde progressivamente la sua carica originaria di “anti-moda” per essere rielaborata e assorbita nel circuito commerciale, pur mantenendo intatto il suo valore simbolico. Oggi la Tuta è riconosciuta come uno dei primi esempi italiani di design applicato all’abbigliamento, in cui forma, funzione, comunicazione e visione culturale coincidono in un unico progetto. Una ricostruzione storica della Tuta di Thayaht è attualmente esposta presso il Museo del Tessuto di Prato, dove viene presentata come oggetto fondativo del Made in Italy moderno e come anticipazione di una nuova concezione del rapporto tra corpo, spazio urbano e abito. A distanza di oltre un secolo, la Tuta continua a vivere nelle sue numerose reinterpretazioni contemporanee, ma soprattutto rimane un caso emblematico di come un indumento possa trasformarsi in strumento di progetto, capace di incarnare un’idea di futuro attraverso la semplicità della forma e la chiarezza del pensiero progettuale.