ll biscotto toscano è noto sino dall’età Moderna come prelibatezza prodotta con farina, uova e mandorle, realizzato tagliando l’impasto, cotto due volte, con il caratteristico taglio obliquo. Nei trattati di cucina del XVI viene già descritta la ricetta del Cantuccio detto allora “biscotto pisano”. Nel XVIII secolo tra Accademici della Crusca si discute già della bontà del “Cantuccio di Prato” che si ritiene ottimo da consumare con vino bianco. Il biscotto con mandorle, famoso oggi come “Cantuccio di Prato”, si deve a Ernesto Pandolfini che prima collabora, quindi affianca e infine, nel 1906, rileva l’attività di Antonio Mattei, produttore, già nel 1858, del caratteristico Cantuccio pratese nella sua pasticceria che ottiene diversi premi, tra i quali il prestigioso riconoscimento all’esposizione Universale di Parigi del 1867. Di passaggio a Prato, lo scrittore Herman Hesse, cita la bontà del cantuccio che, già consacrato nella “bibbia” della cucina italiana dell’Artusi, nel settembre 1907 riceve anche l’apprezzamento di uno dei grandi Maestri dell’architettura del Novecento: Le Corbusier che, dopo averli assaggiati durante il suo viaggio in Toscana, definisce con toni entusiastici «Prato la città dei biscotti». Oggi il biscotto, inconfondibile per gli ingredienti, è riconoscibile anche per il pacchetto di colore blu (utilizzato si dice, in omaggio alla casa Savoia), la cui tonalità è stata depositata dalla famiglia Pandolfini come marchio d’impresa nel 2017. Oltre al classico alle mandorle viene prodotto nelle versioni con nocciole, cioccolato fondente, pistacchi e mandorle, tutte disponibili nei tre diversi packaging: sacchetto, scatola di metallo e cappelliera che, regalano un tocco d’antan, elegante e raffinato, a un prodotto che pur se canonizzato nelle dimensioni (7 x 2,5 x 2,3 cm) ha dimostrato di saper evolversi nel tempo in dolce sintonia col gusto contemporaneo.

